Cosa sta accadendo nella Gig Economy?

Cosa sta accadendo nella Gig Economy?

Tutti noi conosciamo e sentiamo parlare di Gig Economy, l’economia dei “lavoretti”, soprattutto nella sua chiave più controversa e dibattuta (in particolare in Italia). In realtà il fenomeno, soprattutto se valutato su scala globale, ha sfaccettature molto più complesse e chiavi di lettura molteplici, e non necessariamente negative.

Infatti, al di fuori del contesto italiano che lo attribuisce quasi esclusivamente al movimento dei “riders”, possono considerarsi inglobati in questo esercito di forza lavoro anche i consulenti, i freelance, ecc. Insomma, chiunque operi con un rapporto indipendente e temporaneo.
Con questa chiave di lettura il fenomeno assume una rilevanza diversa: queste forme di lavoro alternative stanno crescendo più di quelle “tradizionali”. Il dato dovrebbe dare adito ad una serie infinita di riflessioni. Per esempio, se questo è davvero lo scenario verso cui il mondo del lavoro si sta dirigendo, bisognerebbe chiedersi se il sistema formativo è pronto o sarà pronto a prenderne atto. Se il futuro è l’autoimprenditorialità, la gestione e sviluppo del proprio business, i sistemi scolastici, accademici e formativi in generale sono pronti a formare le opportune professionalità?

Gig EconomyL’altro dato interessante però, in questo caso relativo al mercato americano e pubblicato dal New York Times, è che non vi è evidenza nei numeri (sulla base dei guadagni dei lavoratori) del fatto che queste forme di lavoro stiano rimpiazzando le forme impiegatizie. Praticamente la loro diffusione starebbe crescendo, ma sempre nell’ambito dell’integrazione con il proprio lavoro “normale” ed in misura marginale. Sembrerebbe quindi che i dati del mondo del mercato del lavoro reale siano in disaccordo con quanto annunciato per anni da vari canali sulla Gig Economy.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati INPS parlano di 590.000 persone (1,6% della popolazione) considerando sia chi lo fa come unico lavoro, sia chi lo fa per integrare il suo lavoro principale. Il dato interessante sta nel fatto che, se è più del 70% la quota dei gig workers impegnata in lavori che non richiedono particolari strumenti (bicicletta, scooter, ecc.), non si tratta assolutamente di giovani con bassi livelli di istruzione. Anzi, siamo nel pieno della media dei lavoratori italiani. Se da una parte l’Osservatorio sulla Gig Economy della Uil parla di tutele e contratti ancora inesistenti e paghe basse, una recentissima norma Californiana vorrebbe imporre l’assunzione come dipendenti per i lavoratori di certe piattaforme. Come dire: basta una mossa restrittiva o concessiva e l’intero sistema può finire per assumere connotati inaspettati.

E’ evidente che siamo nel pieno di un fase nella quale vanno ancora pienamente comprese le dimensioni del fenomeno, i suoi contorni e le prospettive. Se da una parte, soprattutto in certi mercati e settori, sono sempre più le aziende che scelgono di lavorare con collaboratori indipendenti, freelance e consulenti esterni, siamo ancora molto lontani dal considerare la Gig Economy il futuro del mondo del lavoro. Se lavorare in futuro significherà quasi sempre anche essere imprenditori di se stessi, con tutto quello che comporta in termini competenze necessarie, sarà meglio scoprirlo il prima possibile, per evitare di formare dei giovani che saranno poi pronti per un mondo del lavoro che non c’è più.


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